Smartwatch, Strava e allenatori AI promettono di ottimizzare la corsa: cosa dice la scienza su prestazioni, rischio infortuni e pressione sociale
Il running moderno è ben lontano dal semplice concetto di uno sport che si basa su un buon paio di scarpe e una lunga strada da percorrere. Ogni chilometro oggi produce una serie di dati: battito cardiaco, variabilità cardiaca, frequenza di passo, dislivello, ritmo e carico di allenamento. Ogni mattina, prima di allacciarsi le scarpe, è possibile consultare uno smartwatch che fornisce un’idea di quanto si è pronti per correre. Dispositivi come smartwatch, app come Strava e allenatori virtuali funzionanti con intelligenza artificiale promettono di trasformare questi dati in informazioni utili per conoscere meglio il proprio corpo e personalizzare gli allenamenti. Questo vale sia per il runner professionista, sia per l’amatore esperto, fino a coloro che si sono appena affacciati a questo sport. Ma la domanda rimane: tutta questa tecnologia ci aiuta veramente a correre meglio, o complica un gesto che ha funzionato bene anche senza sensori per decenni?
Correre connessi
Tra i podisti, portare tecnologia al polso è diventato più una consuetudine che un’eccezione. Un’indagine tra runner amatoriali e professionisti rivela che quasi tre su quattro utilizzano dispositivi o app dedicate durante ogni allenamento. Questo fenomeno è evidente anche al di fuori della corsa: oltre un terzo degli adulti negli Stati Uniti possiede un dispositivo indossabile. Queste app non servono solo a monitorare la distanza percorsa, ma anche a comprendere come vengono affrontati quei chilometri, in particolare quali informazioni possono fornire sullo stato fisico del corridore.
Dallo smartwatch all’intelligenza artificiale
Il passo successivo è naturale: se una macchina raccoglie dati, perché non dovrebbe anche interpretarli e suggerire come allenarsi? Nascono così nuovi coach digitali, come l’app Runna, che creano programmi personalizzati in base agli obiettivi e strumenti basati sull’AI in grado di elaborare tabelle di allenamento considerando fattori come distanza, tempi e obiettivi di gara. I vantaggi sono evidenti: a disposizione, ci si trova un piano sempre aggiornato, costruito su dati personali. Tuttavia, non tutto ciò che conta nella corsa è misurabile. Se da un lato un algoritmo riesce a valutare il ritmo e la frequenza cardiaca, dall’altro può avere difficoltà ad interpretare segni più soggettivi come una stanchezza inusuale o una percezione di affaticamento che il corridore avverte prima che si manifesti nei dati.
La funzione sociale delle app
Il running nell’epoca delle app ha anche una dimensione sociale. Oltre a condividere le proprie performance, offre la possibilità di entrare in una competizione digitale. Strava rappresenta il caso più emblematico: con circa 135 milioni di account registrati e oltre 50 milioni di utenti attivi ogni mese, il sito conta oltre due miliardi di attività caricate annualmente. Correre va oltre il semplice correre; si registra, condivide e confronta il proprio percorso. Sebbene la tecnologia possa fungere da stimolo, aumentando motivazione e autoconfidenza, esiste il rischio che si trasformi in una pressione eccessiva. Un infortunio o un calo di performance possono rendere quei numeri un giudizio e spingere il corridore a dimenticare la domanda fondamentale: come mi sento?
In sintesi, il running rimane un equilibrio tra ciò che è misurabile e ciò che è percepito. Smartwatch, app e intelligenza artificiale offrono ai corridori una notevole quantità di informazioni, potenziali alleate per la pianificazione degli allenamenti, l’analisi delle tendenze e la gestione del recupero. Tuttavia, non possono sostituire l’ascolto del proprio corpo. È fondamentale mantenere una connessione con le proprie sensazioni e non affidarsi ciecamente ai dati, per garantire non solo prestazioni ottimali, ma anche un approccio sostenibile e, in ultima analisi, gratificante alla corsa.

